Quella Biglia Blu

Questa è l’ultima volta che un uomo ha posato il suo sguardo sul nostro mondo nella sua interezza. È stata fatta nel 72’ dagli astronauti della missione Apollo 17 mentre andavano sulla Luna, gli ultimi ad oggi, da una distanza di quarantacinquemila chilometri. Ne sono state fatte altre, in seguito. Ma tutte da satelliti automatici, senza anima, senza cuore, senza pensieri. L’hanno chiamata “Biglia Blu”.

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La prima cosa che noti è che c’è l’Africa, lì in mezzo. Quella con la A maiuscola, che ti guarda dritto negli occhi. E che, tutto sommato, sembra sorriderti. Dico, mica l’America o l’Europa… è l’Africa. E allora ci provi, ma non ci riesci. Proprio non riesci a non pensare che è da laggiù, qualche milione di anni fa, dalla Rift Valley che oggi prova a spaccare in due il continente, che iniziò il suo cammino quella speciuncola allora simile a tante altre. Un cammino lungo e accidentato, un cammino che l’avrebbe portata poi, un giorno, a guardare tutto questo dall’alto. O da dietro uno schermo, come stai facendo tu ora.

Casa. Questa è casa. Non c’è niente da fare, uno non se la aspetta mai così. Non ci sono confini, non ci sono frontiere, non ci sono città piene di semafori, code ai supermercati, bollette da pagare. Non ci sono guerre, povertà, ingiustizie, corruzione, arroganza. Non c’è la paura, si vedono solo i colori. Il blu degli oceani, prima di tutto; e poi il bianco delle nuvole, il marroncino di montagne e deserti, e poi il verde… il verde della vita. Da quassù si capisce che ci dev’esse qualcosa di speciale, su quella piccola biglia. Sono quei colori che si intrecciano senza sosta e nel farlo la mantengono in equilibrio, la mantengono in vita, la rendono la nostra casa: idrosfera, atmosfera, litosfera, biosfera… tutte muoiono e nascono in un abbraccio solo che è Gaia. Gaia è un pianeta che vive al di là della cronaca e dei telegiornali della sera. Gaia è un pianeta che si lascia guardare nel suo splendore da uno dei suoi figli, uno dei tanti, e che nel farlo non ha paura di apparire pacifico e indifferente ai suoi tanti problemi. Una madre saggia e serena, che lascia giocare i suoi figli ad altre scale. Quelle, a lei, non la riguardano. Poi potremo anche darle dei dispiaceri, un giorno. Lei si augura di no, ma potremmo. Anche se fosse comunque, stai pur certo continueremmo a trovarla qui dove sta, pacifica. Serena.

A vederla bene, Gaia, casa nostra ma anche la nostra madre, a vederla da quassù dico, diventa evidente che nulla di tutto quel che potremo mai fare noi riuscirebbe ad incrinare la meraviglia che rappresenta per tutto il cosmo. Una biglia blu, l’unico rifugio ad oggi conosciuto per la vita dell’intero Universo. Lascia stare che ci siano centinaia di milioni di Galassie, ognuna con con centinaia di milioni di Stelle, di cui ognuna potrebbe avere decine di pianeti a girarle attorno. Gaia è unica. Un turbinio di relazioni che cambiano e rispondono ai problemi per farla stare lì, a farsi guardare serena e pacifica dall’alto. Qualsiasi essi siano, chiunque sia a procurarli. Uomo compreso.

Ci stiamo  dando da fare a renderle la vita difficile, è vero. Ma da quassù quello che sembra dire è: “non vi preoccupate per me. Preoccupatevi per voi. Io continuerò a stare qui. Forse cambierò aspetto, può anche essere. Qualche colore, qualche piccolo dettaglio… ma sarò ancora qui. Non importa quanto male vi comportiate. Siete come punture di spillo. Ma voi… voi uomini mortali… voi che tramandate le vostre arti, la vostra scienza e la vostra filosofia di padre e madre in figlio da millenni… voi che vi riproducete e che avete bisogno della mia aria, della mia acqua, del cibo che nasce su di me e del rifugio che solo io posso offrirvi… voi che scavate nelle mie viscere per trovare ricchezze che brillano o che bruciano… voi che non fate altro, durante il poco tempo che vi è concesso, non fate altro che cercare amore… voi, cosa farete?”

Non c’è nulla che ci garantisca di continuare a vivere. Nè come individui, nè come specie umana. Siamo nati, abbiamo vissuto e siamo morti finora intrecciandoci ai flussi di materia ed energia che danzano in Gaia, come i vortici bianchi di questa foto. Abbiamo dovuto imparare a conoscerla, per poter sopravvivere. Siamo diventati bravi, anche. Bisogna dirlo. Poi ci è piaciuto sempre di più, ci siamo trovati bene, abbiamo potuto estendere le nostre piccole vite ad abbracciare l’intero Universo, ad indagare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Abbiamo scritto pagine meravigliose di amore, coraggio e abilità, ma anche pagine terribili di codardia, ignominia e crudeltà… abbiamo voluto guardare oltre a noi, verso un futuro che sognavamo meraviglioso e che forse è ancora a portata di mano… ma abbiamo dimenticato da dove siamo venuti.

E allora riguardiamola spesso, questa foto, perché è proprio da là che arriviamo. Dalla pancia dell’Africa. Ed è questo che siamo, un minuscolo puntino di polvere nel vortice di vita che si agita sul quella meravigliosa, pacifica, biglia blu.

E che continuerà. Con o senza noi.

 

 

 

 

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